
170 mila morti, 500 mila abitazioni distrutte, un'onda che ha raso al suolo tutto quello che ha incontrato fino a 3 km nell'entroterra: sono questi alcuni dati relativi all'impatto dello Tsunami sulla provincia di
Banda Aceh , una delle aree dell'
Indonesia più colpite dal cataclisma. Ad un anno da quella tragica giornata, Mondomigrante ha intervistato Luca Galassi e Giancluca Ursini, due giornalisti di
Peacereporter (
www.peacereporter.net) appena rientrati da quelle zone.
«Quello che ci ha colpito è l'entusiasmo e l'ottimismo nei confronti della vita delle popolazioni locali» ha raccontato Luca Galassi, sottolineando come nella provincia – dove si è registrata più della metà delle 230 mila vittime complessive causate dal maremoto – praticamente tutti i nuclei famigliari siano stati colpiti dalla tragedia.
Un evento che ha mobilitato la comunità internazionale intervenuta in modo massiccio, sia nell'immediato sia nel lungo termine, per portare soccorsi e aiuti: come ricorda Luca Galassi, proprio in questi giorni è uscito il rapporto sulla ricostruzione stilato dalla Drr, un'agenzia che coordina i lavori delle oltre 250 Organizzazioni Non Governative attive sul posto. Fino ad oggi, per la ricostruzione sono stati stanziati circa 4,4 miliardi di dollari per un totale di circa un migliaio di progetti: 775 milioni sono già stati spesi, mentre nei prossimi tre anni si prevede che la cifra possa arrivare a 10 miliardi.
Iniziative che sono servite, tra le altre cose, alla realizzazione di 16 mila abitazioni (altrettante sarebbero in fase di costruzione): «Se confrontato questo dato con il numero degli sfollati – ha evidenziato Luca Galassi – ci rendiamo conto che si tratta di cifre assolutamente esigue: ancora oggi la maggior parte della popolazione di Banda Aceh vive nei cosiddetti "temporary shleters", rifugi temporanei come tende e baracche assiepate sulla costa». Nonostante tutte queste difficoltà – e nonostante secondo le stime ufficiali per completare la ricostruzione ci vorranno altri 5-10 anni – i giornalisti di Peacereporter hanno trovato una popolazione straordinariamente accogliente e calorosa.
Come ha spiegato ai nostri microfoni Gianluca Ursini, gli aiuti italiani si sono concentrati invece in un'altra zona, vale a dire nello Sri Lanka, «un'isola a cui partono flussi migratori diretti verso l'Italia, dove la religione più diffusa è quella cattolica, e che per questo motivo rappresentava una destinazione a cui inviare le sovvenzioni gradita al Vaticano.» «Ad esempio – ha raccontato ancora il reporter del quotidiano on-line – i soldi delle donazioni fatte attraverso il telefonino, circa 55 milioni di euro, sono stati indirizzati alla Protezione Civile Italiana che a sua volta li ha investiti in progetti in Sri Lanka.» Una realtà in cui la ricostruzione sembra procedere in modo spedito e dove, secondo molti testimoni, sarebbe stato fatto un buon lavoro.
Per quanto riguarda invece la provincia di Banda Aceh, il nostro paese è presente con 4 Organizzazioni Non Governative e con l'agenzia “Cooperazione Italiana” che dipende direttamente dal ministero degli Esteri. «Da quanto ci è stati detto in via ufficiosa – ha raccontato ancora Gianluca Ursini – in questa provincia sono arrivati circa 20 milioni di euro “italiani”, destinati a 4 distretti, situati nelle zone meno colpite dall'onda. Si è trattato di una scelta strategica del nostro paese che ha voluto evitare le zone più devastate dove si sono affollate soprattutto le ong anglo-americane e quelle australiane».
Un numero, quelle delle organizzazioni impegnate nella ricostruzione, che è letteralmente esploso negli ultimi mesi, a causa delle previsioni che parlano di un costante aumento dei finanziamenti destinati a queste aree: «In zona stanno arrivando moltissimi soldi – hanno raccontato i due giornalisti – c'è chi dice addirittura che ne stiano arrivando troppi.»
Le preoccupazioni per la riuscita della ricostruzione e degli interventi di aiuto alla popolazione, ovviamente non mancano, perché sono ormai noti a tutto il mondo i numerosi casi in cui le missioni umanitarie si sono trasformate in truffe di portata colossale: secondo i giornalisti di Peacereporter però, il fatto che fino ad oggi i progetti nell'area colpita dallo tsunami si siano sviluppati con una relativa lentezza, può essere considerato come un segnale rassicurante, che testimonia l'efficenza dei controlli e l'attenzione con cui sono realizzate le opere.